Zamagni: Politiche con le famiglie e non per le famiglie!

Riportiamo l’intervento integrale dell’economista Stefano Zamagni al convegno 25° Afi a Verona.

“… Se la famiglia è un generatore di felicità e ciò produce un aumento di ricchezza, allora perché si fa di tutto per metter in difficoltà la famiglia? Purtroppo mi hanno insegnato che la verità va detta anche quando è scomoda. Questo vuol dire che dobbiamo smetterla con un atteggiamento paternalistico che in Italia genera un approccio alle politiche familiari prevalentemente assistenzialistico. Facciamo per la famiglia! No è la famiglia che fa per te. Nei confronti della famiglia bisogna applicare il principio di restituzione che vuol dire che bisogna dare alla famiglia ciò che gli spetta per restituzione a fronte di quello che dona alla comunità, bisogna dargli le ali per volare ed essere se stessa: una sana risorsa per il bene comune e il futuro del paese. Insomma si deve riconoscerle il ruolo di produttore e non di consumatore di welfare.

Quindi si deve parlare di politiche con le famiglie e non per le famiglie…”

TESTO INTEGRALE (non rivisto dall’autore)

Ho accolto con vero piacere l’invito a celebrare questo importante momento con voi. In effetti al Ministro Costa che mi ha anticipato uscendo ho detto: “Pacta sunt servanda (in italiano: i patti devono essere osservati). Mi ha risposto: “Quest’anno sarà fatto”. Perché dovete sapere che come Osservatorio delle Politiche Familiari, un Ente previsto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri due anni fa abbiamo prodotto questo testo programmatico: “Proposte al Governo per le politiche familiari in vista della Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia. Mai convocata, eppure per legge il Governo dovrebbe convocarla ogni due anni, a proposito di legalità e rispetto delle leggi. La prima fu indetta dalla ministro Bindi a Firenze, poi due anni dopo Milano, la terza era prevista a Roma due anni fa? Per quella occasione avevamo prodotto questo testo articolato e ricco di progetti concreti e dettagliati anche nei costi, non solo un libro dei desideri.

Bene! Entriamo nel merito di quanto devo dirvi. Partiamo con alcuni punti di premessa.

Il primo è prendere coscienza che “L’essere umano è un animale familiare’, può sembrare una banalità, ma è un importantissima affermazione filosofica, è cosa significa? Che partecipare alla vita familiare risponde ad un bisogno primario. Quindi, in quanto tale, è un diritto fondamentale non eludibile. Come lo è il lavoro. Senza il quale l’uomo non si sostiene e realizza. Se non affermiamo questa realtà e verità, la politica se la famiglia non è un diritto può accantonarlo e può prescindere dal dare le dovute risposte. Dobbiamo affermare che la famiglia è un diritto umano fondamentale.

Secondo punto, è dire che la famiglia è generativa di capitale umano, sociale (reti di fiducia) e di felicità. Tutti sappiamo che in un economia di mercato, come le nostre, non si può progredire se viene a mancare il capitale di fiducia. Infatti, una delle ragioni dell’attuale crisi è il calo della fiducia. Vi ricordo che la parola fiducia deriva dal latino Fides che significa corda, non fede è una tautologia un gioco di parole, era la corda del liuto che doveva essere ben tesa per poter suonare. Questo vuol dire che la famiglia è un cordaio, il più potente cordaio
dell’umanità. Cioè l’insieme di fili (componenti familiari) che tenuti assieme producono legami fiduciari che, inoltre, a parità di altre condizioni aumenta il tasso di felicità. Pensate che l’Onu nel recente rapporto mondiale sulla felicità che pubblica regolarmente, un rapporto che elabora una classifica di 157 paesi, in cui l’Italia si posiziona al 50° posto, stiamo scendendo in classifica, prima eravamo più felici. Questi studi effettuati con determinate tecniche cercano di stabilire correlazione la felicità e altri fattori. Cosa succede che a parità di altre condizioni, per esempio il denaro o altre, si dimostra come chi vive in famiglia è più felice di chi vive da soli o in famiglie disastrate.

Se la famiglia è un generatore di felicità e ciò produce un aumento di ricchezza, allora perché si fa di tutto per metter in difficoltà la famiglia?

Purtroppo mi hanno insegnato che la verità va detta anche quando è scomoda. Questo vuol dire che dobbiamo smetterla con un atteggiamento paternalistico che in Italia genera un approccio alle politiche familiari prevalentemente assistenzialistico. Facciamo per la famiglia! No è la famiglia che fa per te.

Nei confronti della famiglia bisogna applicare il principio di restituzione che vuol dire che bisogna dare alla famiglia ciò che gli spetta per restituzione a fronte di quello che dona alla comunità, bisogna dargli le ali per volare ed essere se stessa: una sana risorsa per il bene comune e il futuro del paese. Insomma si deve riconoscerle il ruolo di produttore e non di consumatore di welfare.

Quindi si deve parlare di politiche con le famiglie e non per le famiglie.

Personalmente l’ho sempre detto, tant’è che nell’Osservatorio con l’allora Ministro Enrico Letta, ebbi un feroce confronto e gli dissi: “O si toglie politiche per le famiglie e si scrive politiche con le famiglie o mi dimetto”. Le parole sono ricche di significato e valore simbolico e vanno considerate perché danno senso alle scelte politiche. Altrimenti non lamentiamoci se si continua ad offendere un Istituzioni come la famiglia riducendola e sottovalutandola come dei poveretti bisognosi di assistenzialismo e aiuto.

Anni fa alcuni hanno lanciato uno slogan: “Dobbiamo liberare la famiglia da alcuni gravosi impegni che la soffocano”. Cioè portiamo via i figli e gli anziani dalla coppia, alleggerendola dalle cure familiari che caratterizzano la sua identità più profonda.
Passa questa cultura, che è come la mela avvelenata di Biancaneve, bella fuori ma con il veleno dentro. Tu coppia non ti preoccupare più di questi compiti educativi e solidali tra generazioni, ci pensano i Servizi Sociali? Anziché sostenerla e metterla in condizione di svolgere al meglio il suo compito naturale e fondamentale di agenzia primaria educativa e sociale.

Se gli si toglie l’identità e la si rende irrilevante, in questo modo si induce a dire che è una semplice relazione affettiva e non ha alcuna valenza sociale.

Questo è il rischio più grave che anche alcune associazioni familiari, non Afi, corrono e non se ne accorgono. Si arriverà ad affermare che la famiglia non serve più.
Invece dobbiamo ritornare a concettualizzare le cose partendo dalla Costituzione come recita l’art. 29 al comma 1:

“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

Cosa vuol dire società naturale che precede la formazione dello Stato, che deve riconoscerla e promuoverla. Lo Stato deve restituire non sovvenire o difendere la famiglia, la deve promuovere per ciò che essa è, soggetto sociale e produttore di welfare non mero consumatore di Servizi. Qual è, invece, la situazione dominante in Italia? La famiglia nella contabilità dello Stato (ISTAT) è categorizzata come consumatore, anziché produttore, cioè un costo o peggio uno scroccone che costa alla collettività. Basterebbe un DL di una riga e mezzo che dica dall’anno prossimo ISTAT: cambia come fanno gli altri paesi europei il tuo metodo di calcolo e considera la famiglia un produttore. Non si considera, come scientificamente dimostrabile, che essa è un ottimo produttore di capitale umano, sociale e soprattutto di quella felicità che aumenta la capacità di produrre ricchezza in una sana economia di mercato. Capite che se
non si cambia la filosofia dei conti la conseguenza è evidente.

Due anni fa la CEI ha svolto una significativa indagine dove si dimostrava che la famiglia produce ben € 536 miliardi di beni e servizi che non entrano nel calcolo del PIL. Inoltre se vi entrassero l’Italia sarebbe meno indebitata, pertanto politicamente più forte nei confronti dell’Europa, il Governo ne avrebbe indubbiamente vantaggio. Invece l’ottusità ideologica prevale e impedisce questo virtuoso evento, per ideologia si va contro i propri stessi interessi. Quindi rimaniamo alla definizione di famiglia che consumo e costa e non produttore.
Dovete, però, sapere che siamo l’unico paese europeo a non avere un ‘Family Act’. Ci manca una legge specifica sulla famiglia, in Italia come diceva il Ministro ci sono migliaia di provvedimenti, una babele, ma nessuna legge sulla famiglia che le dia la pari dignità rispetto ad altre categorie sociali. Basta con politici dalla faccia di tolla, come dicono a Milano, che si dichiarano favorevoli alla famiglia e in 70 anni non hanno fatto, una che una, legge sulla famiglia. Ben venga l’intenzione del Ministro a fare una legge quadro che raggruppi
la giungla di provvedimenti generati negli anni per ragioni spesso di carattere elettorale.

Passiamo al terzo punto. In Italia continuiamo a confondere le politiche di contrasto alla povertà con le politiche familiari, questa è colpa dei sociologi, poi tocca anche agli economisti. Perché accade ciò? Si dice la famiglia se in condizioni di povertà o sotto una certa soglia noi la aiutiamo altrimenti si arrangia da sola.
Ma dove abbiamo studiato? Le politiche di lotta alla povertà sono sacrosante, ma le politiche familiari sono altra cosa e le due cose non possono essere mischiate se riteniamo nella famiglia che genera sviluppo nelle forme dei tre capitali già detti. Se il mio ISEE supera una certa soglia non ho beneficio, però a casa ho 4 figli.
Noi, giustamente sosteniamo le imprese perché producono lavoro e sviluppo, quindi benessere comune, lo facciamo perché sono alla fame, no. Allora la stessa analogia va applicata alla famiglia. A meno che non si ammetta, ciò che evidente, che la famiglia merita tutela solo in caso versi in condizioni di povertà.
Questo è un errore concettuale gravissimo, e quando, e me ne vergogno, vado in giro in Europa mi prendono in giro. Mi dicono ma voi italiani siete strani, come ragionate?

Arriviamo al quarto punto, si può decidere, è legittimo, di dare poco alle politiche con le famiglie, ma va cambiata la filosofia del sistema fiscale italiano. La nostra filosofia è basata sull’individuo e non sul soggetto famiglia, come in Francia che sin dal 1945 hanno introdotto il Quoziente Familiare perché è la famiglia che è soggetto. In Italia perché non si riesce? Perché si afferma che il Quoziente è regressivo, cioè avvantaggia i redditi alti penalizzando i meno abbienti. Avete presente la confusione di prima, bene si deve cambiare filosofia. Grazie ad Afi, il Forum ha presentato due anni fa il Fattore Famiglia e non ha effetti regressivi e ancora una volta non si è ancora fatto nulla! Allora, qual è il motivo? Che bisogna cambiare la filosofia, il soggetto non è il singolo, ma la famiglia. Poi se uno è solo, in quel caso il nucleo familiare coincide con la singola persona. Viceversa è la famiglia, in quanto soggetto basilare. Purtroppo prevale nella nostra cultura la visione, questa volta colpa degli economisti, in particolare il premio Nobel Gary Becket, un americano che scrisse la ‘Teoria economica della famiglia’. Un libro che ha fatto testo e condizionato pesantemente il pensiero filosofico in merito. Becket afferma secondo questo approccio neo funzionalista, così si definisce,
che la famiglia va trattata secondo l’ottica utilitarista. Cosa vuol dire trattare la famiglia secondo l’ottica utilitarista, che te ne curi fintanto che essa è in grado di generare un sovrappiù, quindi è funzionale ad un avanzamento del sistema, ad un progresso. E’ chiaro che io sono favorevole alla logica del mercato, e nel mercato questa concezione funziona benissimo e da ottimi risultati. Ma se applichiamo la mercatizzazione alla famiglia la distruggiamo. Punto e basta! Avere tempo sono in grado di dimostrarlo e anche il Becket negli ultimi suoi anni di vita se ne era reso conto.

Faccio l’esempio come decidiamo se mettere al mondo dei figli, dovremmo calcolare le prospettive future di redditività e considerare i fattori di rischio, ecc..
Voi ridete! Andate a leggere il libro. E’ stato scritto nel 1965 è ha fatto scuola. Pensate rispetto alla eventuale nascita di portatore di handicap, capite bene che fine farebbe. Suoi tre allievi, ancora oggi, è un lavoro dell’anno scorso e seppur addolcite alcune posizioni fa ancora scuola. Noi economisti siamo micidiali, quando scriviamo dimostriamo con i dati, numeri e argomentazioni scientiste. Quindi se lo diciamo noi economisti è vero. Questo comporta un esito pericoloso che è il pensiero unico, l’anticamera di ogni forma di totalitarismo
e oligarchia. Ecco allora che nel nostro paese occorre porre rimedio, e qui gli intellettuali devono assumersi le proprie responsabilità. Ognuno di noi siamo dentro e dobbiamo metterci in gioco, ognuno deve chiedersi se ha fatto del proprio meglio per contrastare queste linee di pensiero che producono cultura e poi costume.
Pensiamo alla Brexit, si è affrontato l’argomento solo in chiave economicistica, sia a per rimanere sia per uscire, ma i la dimensione della spiritualità, della solidarietà? I nostri padri costituenti, gli Adenauer, Schumann, De Gasperi come si sarebbero comportati? Non lo so? Capite la potenza di certi ragionamenti e linee di pensiero economico è molto più rilevante di quanto possiate pensare.

Cosa resta da fare stando così le cose? Negli ultimi minuti che mi sono concessi cercherò di offrire alcune proposte:

1. Consentire che al Fondo per le politiche con le famiglie (legge 296/2006) possano affluire anche le risorse provenienti dal crowdfunding e dalle Fondazione Civili, cambierebbe moltissimo, visto la limitatezza delle risorse pubbliche, ma non si vuole accettare questa cosa. Ditemi una ragione perché non si possa fare?

2. Il welfare aziendale per l’armonizzazione delle vita familiare e lavoro. Bisogna incentivare le aziende in tal senso a favorire questa buona pratica, che non tutte le aziende attuano, perché mi dicono non sono sostenute nel loro sforzo. Quindi si rischia di generare un pericoloso dualismo, una divisione nel popolo e generare conflitti tra chi è favorito perché lavora in un’azienda family friendly e chi no. Per questo bisogna applicare il principio di sussidiarietà circolare, un’Alleanza Pubblico-famiglie-imprese per lo sviluppo omogeneo di questa forma di welfare che deve mantenere un paradigma universalistico;

3. Introdurre il VIF, indice di valutazione impatto familiare, abbiamo introdotto il VIA (impatto ambientale) il VIS (impatto sociale) e sono contentissimo per entrambi i casi, ma perché no il VIF? Diamo riconoscimento e pari dignità alla famiglia, misurando se l’implementazione di quella norma sulla vita familiare produce effetti positivi o disastri?
Questa introduzione non comporta alcun costo, gli strumenti e la modellistica ci sono già. Perché non farlo? Eppure oggi se devo costruire una fabbrica è normale che si vada a verificare se inquina o non inquina? Il VIA è stato fortemente voluto dalle associazioni ambientaliste. Perché in questo modo hanno imposto la loro soggettività politica ed ogni qualvolta che si legifera in materia il Governo deve consultarle. Mi meraviglio del perché non possiamo farlo con le associazioni familiari? Forse perché in questo modo si riconosce il loro ruolo e la soggettività della famiglia per la politica. In questa maniera sia il Forum, sia l’Afi e le altre associazioni otterrebbero anch’esse che il Governo ogni qualvolta si legiferi in materia siano consultate, ascoltate e prese in considerazione per valutare l’impatto di quella legge sulla vita delle famiglie. Rilanciando il ruolo propositivo delle associazioni familiari.

4. Altra possibilità, come accennato all’inizio è pretendere un ‘Family Act’, ad esempio ciò comporterebbe l’introduzione di una Giornata della Famiglia. Voi sapete che l’ONU ogni anno il 15 maggio ha dichiarato la giornata della famiglia, in tutta Europa esiste in Italia no? Eppure questi provvedimenti non chiedono costi? Infatti le manifestazioni di ogni sorta sarebbero con costi a carico degli organizzatori e non necessariamente dello Stato. Allora perché si continuano a raccontare balle e frottole che non ci sono soldi, questo e gli altri provvedimenti non richiedono risorse aggiuntive. Il punto è che esiste una sottovalutazione della famiglia.

Concludo leggendovi una frase di un libro importantissimo di Alexis Tocqueville, era francese e questo libro è uno dei pilastri del pensiero liberale, mi raccomando non liberista. Il padre era un rivoluzionario francese che aveva combattuto per gli ideali della Libertè, Legalitè e Fraternitè. E sapete, dopo la rivoluzione, che regalo gli hanno fatto? Gli hanno tagliato la testa. Allora il figlio, ma come mio padre ha combattuto e per ringraziamento gli tagliano la testa? Decide di cambiare aria e va a stare un po’ di anni in America. Si converte, diviene cattolico. Quando torna pubblica, siamo nel 1835, questo libro: ‘La democrazia in America’ dal quale vi leggo questa frase, sentite che bella:

“Il dispotismo vede nella separazione tra gli uomini la garanzia per la sua permanenza. Il despota facilmente perdona i suoi sottoposti per non amarlo, a condizione, che essi stessi non si amino”.

E’ proprio così, allora quando le cose non funzionano, impariamo a batterci il petto. Perché questo accade perché non ci amiamo tra di noi. Impariamo ad amarci, se ci riusciamo non potrà mai esserci dispotismo. Il despota ha bisogno di dividere elargendo benefici paternalisticamente, egli da qualcosina a ciascuno, per indurre divisioni e continuare a disporre delle nostre vite.
Se ci ameremo impareremo a gioire e vivere al meglio, in modo più umano, soprattutto la realizzazione di una restituzione ad una Istituzione come la Famiglia del ruolo che da sempre merita.

Stefano Zamagni (non rivisto dall’autore)

Sbobinatura intervento di Zamagni al convegno 25° Afi a Verona – 25 luglio 2016

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